Il dottor J. Michael Bishop, vincitore del Premio Nobel per il suo lavoro pionieristico nell’identificazione delle origini genetiche del cancro, è morto venerdì a San Francisco all’età di 90 anni. La causa della morte è stata una polmonite, secondo la sua famiglia. La ricerca di Bishop ha cambiato radicalmente il modo in cui gli scienziati comprendono lo sviluppo e il trattamento del cancro.
Primi anni di vita e carriera
Il viaggio di Bishop da una scuola di due aule nella Pennsylvania rurale all’apice del successo scientifico è una testimonianza della sua curiosità intellettuale. Eccelleva a livello accademico, ottenendo l’ammissione a due scuole di medicina della Ivy League dopo aver terminato gli studi universitari. Nel 1968 entrò a far parte della facoltà dell’Università della California, San Francisco (UCSF), di cui in seguito ne sarebbe diventato l’ottavo rettore.
Ricerca innovativa sul cancro
Bishop ha condiviso il Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1989 con Harold Varmus per la scoperta degli oncogeni cellulari, geni che, se mutati, possono far sì che le cellule normali diventino cancerose. Questa svolta ha messo in discussione la visione prevalente del cancro come una malattia esclusivamente ambientale, stabilendo che i fattori genetici svolgono un ruolo cruciale. Questa consapevolezza ha aperto la strada a terapie mirate che attaccano il cancro alle sue radici genetiche.
Leadership all’UCSF
In qualità di cancelliere dell’UCSF dal 1996 al 2009, Bishop ha supervisionato un’importante espansione dell’istituzione, consolidando la sua posizione come università leader nella ricerca. È stato uno degli unici due premi Nobel nel sistema dell’Università della California a ricoprire anche il ruolo di cancelliere, evidenziando la sua rara miscela di competenza scientifica e leadership amministrativa.
Eredità
I colleghi ricordano Bishop non solo per la sua genialità ma anche per i suoi ampi interessi intellettuali, spesso intrecciando citazioni letterarie e umorismo nelle sue presentazioni. Il dottor Joseph Goldstein, amico di lunga data e collega premio Nobel, ha descritto Bishop come dotato di “ampia conoscenza… nella scienza ma anche nella letteratura e nell’arte”.
Il lavoro di Bishop non ha solo fatto avanzare la ricerca sul cancro; ha trasformato l’intero campo, spostando l’attenzione dalle cause esterne ai meccanismi genetici sottostanti. La sua leadership presso l’UCSF consolidò ulteriormente la sua influenza, lasciando un’eredità duratura sia nella scienza che nell’istruzione.
La sua morte segna la perdita di uno scienziato visionario che ha rimodellato la nostra comprensione di una delle malattie più devastanti che affligge l’umanità.



















