Il narratore interiore inaffidabile: cosa rivelano i nostri pensieri sulla coscienza

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A cosa stai pensando in questo momento? È una domanda ingannevolmente semplice. Nel momento in cui tenti di sezionare e classificare i contenuti della tua mente – sensazioni, sentimenti, parole, sogni ad occhi aperti e idee formate a metà – ti trovi di fronte più ambiguità che chiarezza. La maggior parte delle persone ritiene che il proprio mondo interiore consista in gran parte di un monologo interiore, tuttavia la ricerca suggerisce che gran parte del nostro “pensiero” avviene prima che arrivino le parole: come immagini, sensazioni o concetti vaghi che il linguaggio fatica a catturare.

Questa rivelazione nasce da un esperimento unico: indossare un segnale acustico collegato a un auricolare che emette toni casuali e stridenti durante il giorno. Lo scopo? Per catturare istantanee della coscienza forzando il ricordo immediato di ciò che c’era nella tua testa prima del segnale acustico. È come immergere un mestolo in un flusso impetuoso, ma il flusso è la tua mente e il contenuto è molto più strano del previsto.

La difficoltà di auto-osservazione

Perché è difficile? Perché siamo notoriamente scadenti nel riferire sui nostri stati mentali. Ciò che pensiamo di sapere sui nostri pensieri è molto meno accurato di quanto crediamo. L’atto stesso di osservare la nostra esperienza la altera: i pensieri che abbiamo durante l’introspezione non sono pensieri normali; sono modellati dall’atto di essere osservati. Inoltre, la nostra larghezza di banda mentale limitata fa sì che l’introspezione autocosciente rubi spazio alle percezioni di primo ordine.

Lo psicologo Russell Hurlburt ha trascorso 50 anni a studiare questo fenomeno utilizzando quello che chiama “campionamento descrittivo dell’esperienza”. Il suo metodo non riguarda grandi teorie; si tratta di una meticolosa raccolta di dati. Ha costruito il suo dispositivo acustico decenni fa, riconoscendo che gli strumenti esistenti erano inadeguati per catturare il flusso di coscienza grezzo e non filtrato. L’approccio di Hurlburt è brutalmente empirista: resistere all’interpretazione a tutti i costi.

La banalità del pensiero

L’esperimento rivela rapidamente una verità sorprendente: la maggior parte dei nostri pensieri sono… inutili. Siamo ossessionati dalle banalità, riflettiamo su scelte insignificanti (come se comprare un panino raffermo invece di usare il pane a casa) e andiamo alla deriva in un mare di relitti mentali che non hanno alcuna incidenza sulla sopravvivenza. Perché le teorie della coscienza si concentrano così tanto sulla cognizione legata alla sopravvivenza quando gran parte della nostra vita interiore è puro rumore?

La neuroscienza può mappare l’attività cerebrale correlata alla coscienza, ma non può spiegare l’esperienza stessa. È qui che l’approccio fenomenologico – esaminare la coscienza dall’interno – diventa cruciale. William James, un pioniere della psicologia, esplorò questo terreno alla fine del XIX secolo. Ha descritto il “flusso di pensiero” come continuo, stratificato e spesso preverbale.

Il fantasma dell’assenza

James ha osservato che anche le assenze di pensiero sono intensamente sentite. La sensazione di cercare un nome dimenticato non è solo un vuoto di memoria; è un vuoto attivo e formicolio. Siamo consapevoli di ciò che non è lì, anche quando non possiamo dargli un nome consapevolmente. I pensieri spesso precedono parole e immagini, emergendo come vaghe sensazioni o “visioni prospettiche premonitrici” prima di solidificarsi in forme concrete.

Il problema, come ha riconosciuto James, è che l’introspezione è intrinsecamente difettosa. Cercare di uscire dal flusso per osservarlo cambia il flusso stesso.

L’esperienza interiore incontaminata: l’approccio di Hurlburt

La soluzione di Hurlburt non è eliminare l’effetto osservatore ma minimizzarlo. Il suo segnale acustico è progettato per interrompere bruscamente momenti di coscienza, costringendo il ricordo immediato prima che l’autoriflessione contamini il rapporto. Cerca “l’esperienza interiore incontaminata” – un campione di pensiero non contaminato dall’osservazione.

Il processo è brutale: Hurlburt sfida incessantemente i partecipanti a distinguere tra esperienza genuina e ricostruzione retrospettiva. Insiste sulla precisione: Quell’odore era effettivamente presente al momento del segnale acustico o lo hai aggiunto successivamente durante la ricostruzione della scena?

Il risultato? Molti partecipanti, incluso l’autore, si rendono conto di essere pessimi nell’osservare la propria mente. Il mondo interiore è più disordinato, frammentato e molto più banale di quanto immaginiamo. La maggior parte dei “pensieri” sono banali e persino l’atto di cercare di riferirli li altera.

Conclusione

L’esperimento rivela una verità fondamentale: la nostra comprensione della coscienza è profondamente errata. Gli stessi strumenti che utilizziamo per studiarlo – l’introspezione, la teoria, il linguaggio – distorcono l’esperienza che tentano di catturare. Anche se raggiungere un’esperienza interiore veramente “incontaminata” può essere impossibile, riconoscere l’inaffidabilità intrinseca del nostro narratore interno è il primo passo verso una comprensione più onesta e ricca di sfumature di cosa significhi essere coscienti.