I microbi possono sopravvivere all’impatto degli asteroidi, rafforzando la possibilità della vita interplanetaria

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Una nuova ricerca della Johns Hopkins University suggerisce che la vita microscopica è sorprendentemente resistente, in grado di resistere alle pressioni estreme derivanti dall’espulsione da un pianeta a causa dell’impatto di un asteroide. Questa scoperta rafforza la controversa teoria della litopanspermia, l’idea che la vita possa diffondersi tra mondi racchiusi all’interno delle rocce. I risultati, pubblicati sulla rivista PNAS Nexus, potrebbero avere implicazioni significative sul modo in cui cerchiamo la vita extraterrestre e proteggiamo altri pianeti dalla contaminazione.

Simulazione delle condizioni di lancio nello spazio

Gli scienziati guidati dalla dottoranda Lily Zhao hanno utilizzato una pistola a gas ad alta potenza per simulare le intense pressioni che un microbo subirebbe durante l’espulsione di un asteroide. La pistola ha sparato una piastra d’acciaio contro uno strato di Deinococcus radiodurans, un batterio noto per la sua estrema resilienza, a pressioni superiori a 2,4 gigapascal (decine di migliaia di volte la pressione atmosferica terrestre). Contrariamente alle aspettative, la stragrande maggioranza dei microbi è sopravvissuta, con tassi di sopravvivenza che nei test iniziali hanno raggiunto il 95-97%. Anche alla massima pressione raggiungibile, circa il 60% delle cellule rimaneva vitale.

Questo esperimento colma una lacuna chiave nella ricerca sulla litopanspermia: la mancanza di dati affidabili sulla sopravvivenza microbica in condizioni di impatto. Gli studi precedenti spesso mancavano di misurazioni precise delle pressioni subite dalle singole cellule. Il team della Johns Hopkins ha controllato questa variabile facendo crescere le cellule in uno strato uniforme, assicurandosi che ciascuna fosse esposta alla stessa forza.

Perché è importante: da Marte a Phobos

Lo studio è stato motivato da domande riguardanti la possibilità che la vita si trasferisca tra i pianeti e le lune. Il rover Perseverance della NASA ha già identificato centinaia di meteoriti sulla Terra provenienti da Marte, suggerendo che tali trasferimenti siano fisicamente possibili. La ricerca inizialmente derivava da uno studio della National Academies che valutava la probabilità che i microbi viaggiassero da Marte alla sua luna Phobos, che è stata ritenuta bassa a causa della mancanza di dati sulla sopravvivenza.

I risultati del team suggeriscono che la sopravvivenza dei microbi durante l’espulsione potrebbe non essere il principale fattore limitante per il trasferimento interplanetario. Altre sfide, come l’esposizione alle radiazioni, le temperature estreme e la disidratazione prolungata, rimangono ostacoli significativi. Tuttavia, la pura resilienza dimostrata nell’esperimento sposta le probabilità da quasi impossibili a potenzialmente plausibili.

Estremofili: gli ultimi sopravvissuti

La scelta di D. radiodurans è stato intenzionale. Questo “superbatterio” prospera in ambienti difficili, tra cui elevate radiazioni, estrema disidratazione e temperature gelide, condizioni analoghe a quelle incontrate nello spazio. Il microbo è stato trovato anche nel deserto di Atacama, uno degli ambienti più inospitali della Terra.

Le cellule sopravvissute hanno subito alcuni danni: i loro rivestimenti esterni sono stati compromessi e le loro normali funzioni sono state temporaneamente interrotte. Eppure, nel giro di poche ore, hanno ripreso a crescere e a dividersi, evidenziando gli straordinari meccanismi di riparazione all’interno di questi organismi. Lo studio sottolinea come anche la vita unicellulare possa resistere a forze che annienterebbero organismi più complessi.

Implicazioni per la protezione planetaria

I risultati sollevano anche preoccupazioni sulla protezione planetaria. Le agenzie spaziali già sterilizzano i veicoli spaziali per prevenire la contaminazione accidentale di altri mondi. Tuttavia, alcuni microbi resilienti sopravvivono inevitabilmente a questi processi. La nuova ricerca suggerisce che alcuni organismi, come D. radiodurans, possono persistere anche dopo una pulizia rigorosa.

Ciò solleva interrogativi sull’efficacia degli attuali protocolli di sterilizzazione, in particolare per le missioni mirate ad ambienti potenzialmente abitabili come Marte o la sua luna Phobos. I microbi morti possono ancora lasciare tracce di DNA, complicando gli sforzi per individuare la vita nativa. Alcuni ricercatori suggeriscono che potrebbero essere necessari protocolli più rigidi per alcuni corpi planetari.

In conclusione, lo studio della Johns Hopkins fornisce prove convincenti del fatto che la vita microbica è molto più robusta di quanto si pensasse in precedenza. Anche se il trasferimento interplanetario resta una possibilità remota, i risultati suggeriscono che la possibilità che la vita si diffonda tra i mondi non è del tutto inverosimile. Questo lavoro rafforza l’idea che se la vita esiste altrove nel nostro sistema solare – o oltre – sarà probabilmente sotto forma di microrganismi resistenti e resilienti.