Il nuovo libro di Michael Pollan, A World Appears, affronta uno dei misteri più duraturi della scienza: la coscienza. Questa non è semplicemente una questione accademica; colpisce al centro di ciò che significa essere umani e del motivo per cui la nostra esperienza soggettiva sembra così fondamentalmente reale. La sfida sta nello studiare qualcosa che è lo strumento stesso che usiamo per studiarlo – un paradosso che ha a lungo ostacolato l’indagine oggettiva.
Il problema difficile e l’approccio di Pollan
Pollan, noto per il suo lavoro sui sistemi alimentari (Il dilemma dell’onnivoro ) e sugli psichedelici (Come cambiare idea ), non tenta di risolvere la coscienza. Invece, lo esplora attraverso una vasta e insolita gamma di campi: intelligenza artificiale, biologia vegetale, letteratura vittoriana e filosofia buddista. Questo è intenzionale; l’argomento è così vasto e poco compreso che un focus ristretto non consentirebbe di cogliere il quadro più ampio. La struttura del libro riflette questo, partendo da concetti più semplici (sensibilità) a concetti più complessi (pensiero e sé).
La sensibilità: oltre l’esperienza umana?
Il viaggio di Pollan inizia con una domanda intrigante: le piante potrebbero essere senzienti? Ispirato dalle sue esperienze con i funghi psichedelici, indaga sulla ricerca che mostra le radici che navigano nei labirinti – una forma rudimentale di intelligenza. Pur evitando di attribuire la piena coscienza alle piante, sostiene che potrebbero possedere una forma inferiore di consapevolezza. Ciò solleva un punto critico: il confine tra semplice reattività ed esperienza soggettiva è molto più sfumato di quanto pensiamo.
Le macchine e la visione riduzionista
Il libro poi si tuffa nel tentativo di creare coscienza nelle macchine. Un ricercatore ha programmato un computer per ricercare i bisogni fondamentali di sopravvivenza (cibo, acqua, riposo), teorizzando che questo potrebbe essere il fondamento per una maggiore consapevolezza. Questa idea, che Pollan trova preoccupante, evidenzia una visione riduzionista: la convinzione che la coscienza sia semplicemente un sottoprodotto delle pulsioni biologiche. La domanda è se ridurre l’esperienza agli algoritmi la priva della sua qualità essenziale.
I limiti del materialismo
Pollan fa perno, rivolgendosi a filosofi e artisti che da secoli lottano con la coscienza. These perspectives reveal how metaphors (like comparing the mind to a machine) can limit our thinking. Gli approcci materialisti, che presuppongono che la coscienza derivi esclusivamente dall’attività cerebrale, spesso faticano a spiegare la ricchezza e la complessità dell’esperienza soggettiva. Pollan sostiene che questo approccio potrebbe essere giunto a un vicolo cieco, suggerendo che potremmo dover prendere in considerazione quadri alternativi.
La coscienza come realtà fondamentale?
L’idea più radicale del libro è che la coscienza potrebbe non avere origine dal cervello o dal corpo, ma esiste invece come un aspetto fondamentale della realtà, come la gravità. Pollan non sviluppa pienamente questo concetto, ma pianta il seme per un cambiamento di paradigma. Questa nozione, sebbene speculativa, sfida la visione materialista dominante e apre possibilità che vanno oltre l’attuale comprensione scientifica.
Abbracciare l’ignoto
Alla fine, Pollan ammette di sapere meno sulla coscienza alla fine del suo viaggio che all’inizio. Questo non è un fallimento; come sostiene il ricercatore sulla coscienza Christof Koch, non sapere può essere un progresso. Forse l’approccio più fruttuoso è quello di trattare la coscienza come una pratica – pienamente impegnata nel momento presente – piuttosto che come un problema da risolvere. In un campo definito dal mistero, a volte la più grande intuizione è riconoscere i limiti della nostra conoscenza.
